SQ – Mafia e carburanti, i nomi e gli affari

Articolo dell’8 aprile 2021

La conferenza stampa dei procuratori di Roma, Reggio Calabria, Catanzaro e Napoli. Presenza “sistematica e massiva” nel settore carburanti di imprese fiduciarie delle associazioni mafiose

I clan della camorra e della ‘ndrangheta si sono infiltrati pesantemente nella distribuzione carburanti, operando tra il 2018 e oggi frodi e contrabbando per miliardi di euro. È un quadro inquietante, per quanto non del tutto inedito, quello che emerge dalla conferenza stampa congiunta delle procure di Roma, Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria, che hanno illustrato i risultati dell’indagine denominata Petrol-Mafie spa che oggi ha portato all’esecuzione di 71 misure cautelari e a sequestri per equivalente per un valore intorno al miliardo di euro. al centro delle attività criminali la Made Petrol Italia, già Max Petroli, azienda romana di Anna Bettozzi e Virginia Di Cesare, entrambe arrestate e già oggetto di precedenti indagini.

La novità dell’indagine odierna è nel coordinamento tra le procure e con le direzioni antimafia nazionale e distrettuali. Un coordinamento che ha consentito di ricostruire le attività in tutte le loro ramificazioni, restituendo il quadro di un’infiltrazione tutt’altro che occasionale o marginale. Resta il punto interrogativo sui destinatari finali dei prodotti, genericamente indicati dagli ufficiali e dai procuratori come “pompe bianche”. Chi ha comprato a questi prezzi e da questi soggetti non poteva non sapere da chi stava comprando e come.

Sono in tutto 71 le persone destinatarie di provvedimenti cautelari per associazione di tipo mafioso, riciclaggio e frode fiscale sui prodotti petroliferi, mentre i sequestri di immobili, società e denaro contante ammontano a circa 1 miliardo di euro. Al centro dell’indagine c’è la Made Petrol Italia, ex Max Petroli, che sarebbe stata infiltrata dal clan camorristico Moccia. Tra i depositi sequestrati, anche quello di Valeggio sul Mincio (v. Staffetta 10/02). Tra le società coinvolte anche la Italpetroli spa di Locri.

Giovanni Melillo, capo della procura di Napoli ha sottolineato che le indagini hanno “delineato presto il ruolo centrale nella commercializzazione di idrocarburi, tra gli altri, di figure apicali dell’associazione camorristica capeggiata da Antonio Moccia”. Tale era la presenza mafiosa che Melillo ha sottolineato “l’insufficienza del concetto di infiltrazione criminale per spiegare la presenza sistematica e massiva di imprese fiduciarie delle associazioni mafiose in settori economici come quello interessato da questa indagine”. Una “costellazione di imprese mafiose che sono una componente strutturale del mercato e che mettono a disposizione di chi entra in rapporti con loro ingenti risorse finanziarie e una straordinaria capacità di garantire sevizi illegali, come ad esempio una rete impressionante di società cartiere intestate a prestanome”. I risultati illustrati oggi, ha chiosato Melillo, “sono la premessa di ulteriori sviluppi investigativi”.

Il procuratore di Roma Michele Prestipino ha illustrato il ruolo di Made Petrol, un “gruppo imprenditoriale estremamente importante radicato da anni a Roma che ha fatto pesare la propria presenza spesso in regime di monopolio nel settore del commercio di oli minerali”. Seguendo le vicende di questo gruppo negli ultimi anni, ha detto il procuratore, “è emersa la presenza nemmeno tanto occulta di un finanziamento e una copertura di personaggi legati a importanti gruppi di camorra con funzione di tramite tra il gruppo imprenditoriale radicato sul territorio e gruppi di riferimento camorristici che hanno utilizzato questo rapporto per finanziare le attività del gruppo in un momento di difficoltà e per poi trarne profitti significativi”. L’indagine ha “dimostrato come si sviluppa plasticamente il rapporto di cui parliamo sempre tra imprenditoria e organizzazioni mafiose. Rapporto che segue un paradigma scolastico, con il gruppo imprenditoriale che in pochissimo moltiplica il fatturato: in questo caso moltiplicato per 45 volte in un paio di anni, grazie all’innesto di risorse finanziarie da parte dell’organizzazione mafiosa e grazie alla protezione di pezzi dell’organizzazione mafiosa”. A Roma sono state eseguite 23 misure cautelari personali, con accertamento di un profitto illecito di oltre 180 milioni di euro e sequestri per equivalente in corso di esecuzione.

Secondo il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri l’indagine “dimostra che le barriere sono un problema nostro, della società civile e degli Stati, perché le mafie non hanno questi steccati. C’è grande sinergia tra le principali mafie italiane”. Da qui l’esigenza di coordinamento tra le attività di quattro procure. Gratteri ha riferito di alcune intercettazioni ambientali in cui un indagato diceva tra l’altro che il commercio di prodotti petroliferi “ci sta fruttando più della droga”. Per la Calabria il principale clan coinvolto è quello della famiglia Mancuso. Gratteri ha raccontato di una riunione nel gennaio del 2019 a Vibo Valentia nell’osteria “Da Roberto”, in cui l’imprenditore Giuseppe D’Amico della DR Service (già Dmt Petroli) che “ha un grosso deposito a Maierato” ha incontrato “un rappresentante dell’azienda petrolifera kazaka Kmg, arrivato all’aeroporto di Lamezia con due broker lombardi arrestati a stanotte a Milano”. L’obiettivo era “fare arrivare il petrolio a Vibo Valentia”, con l’interessamento di Luigi Mancuso e di altre famiglie ‘ndranghetiste, creando “una boa nel porto per far attraccare le petroliere e con un tubo far arrivare il prodotto nei depositi D’Amico”. Nelle intercettazioni, ha detto Gratteri, si sente Mancuso dire che il fatto che a Maierato ci sono depositi Eni “non è problema perché io all’Eni gli faccio ritirare le licenze dagli enti locali e quindi utilizzeremo anche le cisterne dell’Eni. Non hanno limiti – ha concluso il procuratore – sono cacaci di interagire con chiunque a qualsiasi livello”. Questa operazione di importazione, tuttavia, non si concretizza perché il collegamento tra i broker e la famiglia Mancuso viene arrestato per tentato omicidio”.

Il capo della procura di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri ha esordito dicendo che le frodi fiscali nel settore dei carburanti erano appannaggio dei “colletti bianchi” e di specialisti del settore degli oli minerali, mentre ora “se ne interessano le mafie”. Il valore aggiunto dell’indagine, ha detto, è “il collegamento operativo tra procure grazie anche alla Direzione nazionale antimafia e a Eurojust”, visto che “sequestri e accertamenti sono in corso anche in vari stati esteri come Bulgaria, Romania, Malta, Croazia e Germania”. i reati contestati sono frodi Iva, false fatturazioni, riciclaggio e autoriciclaggio. Le basi operative sono in Calabria, Campania e Sicilia ma le proiezioni in tutta Europa, con investimenti ingenti all’estero. Sono 27 i conti bancari sequestrati tra Bulgaria, Ungheria, Romania, Inghilterra e Croazia, 100 le società interessate a frodi e riciclaggio.

Il generale Gabriele Failla della Gdf di Napoli ha ricordato che per anni il settore petrolifero è stato oggetto di frodi carosello poste in essere da specialisti degli oli minerali, e che negli ultimi tempi si è mosso l’interesse delle mafie. “A Napoli si è mosso il clan Moccia, uno dei più infiltrati nell’economia legale, con miliardi di euro di fatturato già impiegati nell’economia legale”. A muoversi è Antonio Moccia in prima persona, soggetto “capace in minore età di compiere un omicidio a sangue freddo”, il quale “capisce che l’attività può rendere molto”. Attraverso Alberto Coppola “entra in contatto con Max Petroli” e “fa in modo che la titolare Anna Bettozzi ricicli i proventi illeciti del clan Moccia nel settore, per poi produrre frodi fiscali”, ottenendo così un doppio beneficio. In questo modo il fatturato di Max Petroli, poi Made Petrol, si moltiplica di centinaia di volte in pochi anni, suscitando tra l’altro il risentimento di altri clan per avere creato squilibri nella concorrenza con prezzi inferiori: “il clan Mazzarella minaccia diverse volte Coppola che si rivolge a Moccia per avere protezione. La questione si chiude con un patto tra i due clan suggellato da uno scambio di punti vendita”.

La Guardia di finanza di Roma ha concentrato l’attenzione sul deposito fiscale Max Petroli, “il più grande da Roma in giù, che inondava il centro sud di prodotto a basso prezzo. 450 milioni di litri commercializzati attraverso fatture false, ceduti a pompe bianche con prezzi vantaggiosi ed enormi guadagni per Max Petroli”. Il fatturato della società è passato da 9 milioni nel 2016 a 370 mln nel 2018, tutti soldi reinvestiti in una miriade di attività.

Pasquale Angelosanto del Ros di Catanzaro ha ricordato che l’indagine è nata da un “rivolo del maxi processo Rinascita Scott contro la ‘ndrangheta”, che nel filone calabrese sono coinvolti in particolare i fratelli Giuseppe e Antonio D’Amico della DR Service (ex Dmt Petroli).

Il generale della Gdf Dario Solombino ha ricostruito la provenienza del prodotto, che arrivava via autobotte dall’Est Europa, in parte come falso olio e in parte camuffato come gasolio agricolo, quindi soggetto ad accisa inferiore e destinato “in gran parte in Sicilia, a un gruppo imprenditoriale catanese legato a un clan mafioso, titolare di 37 pompe di benzina che oggi stiamo procedendo a sequestrare”. In questo secondo caso sono stati verificati 4,3 mln di litri di prodotto sottratto all’accisa dovuta con evasione di 1,8 mln e Iva evasa per 600mila euro. Quanto al falso olio, in due anni è stata verificata la sottrazione di 6 mln di litri per un’evasione di accisa di quasi 6 mln di euro.

Alessandro Barbera, comandante dello Scico, ha sottolineato il ruolo di imprenditori legati alla cosca Piromalli di Gioia Tauro e alla cosca Cataldo della locride, indicando che le aziende coinvolte si spacciavano per esportatori abituali producendo certificazioni false e dichiarazioni di intenti per evadere l’Iva. Nel ramo reggino dell’indagine sono state sequestrate 64 società per oltre 150 milioni di euro anche a Malta e in Ungheria. Barbera ha riportato un’intercettazione in cui il capomafia Gioacchino Piromalli, rispondendo alla preoccupazione dell’interlocutore di non riuscire ad approvvigionarsi di tutti i prodotti petroliferi necessari, dice: “la Andrea Doria non affonda mai, e noi siamo la Andrea Doria”.

Bomabardieri ha infine sottolineato che “l’associazione mafiosa aveva in mano tutta la filiera, dai depositi ai punti vendita. Abbiamo 216 indagati a Reggio Calabria di cui 62 per mafia. Fatture false per 600 mln euro in due anni 130 mln di euro di Iva dovuta. Abbiamo sequestrato 114 aziende tra l’Italia e l’estero, 22 conti correnti in sei Paesi, e sequestrato due valigie con 1,5 mln di euro in contanti”.

Quanto al Nord Italia, a specifica domanda della Staffetta, Gratteri ha risposto che risulta coinvolto un deposito a Valeggio sul Mincio, mentre i fatti oggetto di indagine, almeno per la parte calabrese, vanno dal 2019 a oggi.

09/04/2021

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