SQ – “Quando le compagnie volevano i prezzi amministrati”

Articolo del 30 aprile 2021

Intervista a Giuseppe Gatti: 30 anni dopo Via Veneto, che ne è delle liberalizzazioni e della sicurezza energetica, dal petrolio al gas all’elettricità

Arrivato a Roma con Guido Bodrato nell’aprile 1991, giusto trent’anni fa, uscito con Alberto Clô nel 1995. Prima come consigliere economico del ministro, poi come direttore generale delle Fonti di Energia. L’occasione per un confronto a tutto campo con Giuseppe Gatti sugli anni delle privatizzazioni, degli aggiornamenti del Pen, della liberalizzazione dei prezzi petroliferi, dei tentativi di ristrutturazione della rete carburanti, del problema elettrico, della sicurezza degli approvvigionamenti, dei primi passi degli incentivi alle rinnovabili, della disarticolazione dei colossi dell’energia verticalmente integrati. Per ricordare e fare il punto sui cambiamenti avvenuti nel frattempo. Trent’anni dopo l’intervista che rilasciò alla fine del 1992 quando venne scelto come primo Uomo dell’anno della Staffetta. Anche questa, come è suo costume, senza troppi peli sulla lingua e piena di spunti inediti su come si rapportò e si confrontò con il mondo dell’energia e il mondo della politica per sciogliere i nodi allora sul tappeto.

Trent’anni fa, nell’aprile 1991, lei arrivò a Roma prestato dall’Università di Torino come consigliere economico di Guido Bodrato neo ministro dell’Industria e nel marzo 1992 venne promosso direttore generale delle Fonti di Energia, un incarico che l’assorbì a tempo pieno fino al febbraio 1995. Bruciando le tappe dell’apprendistato burocratico, anche se non era nuovo a incarichi ministeriali e andando subito al nocciolo di dossier molto delicati. Tanto per citarne alcuni, la privatizzazione di Eni e Enel, la deregolamentazione dei prezzi petroliferi, la ristrutturazione della rete carburanti, l’allocazione ottimale del gas naturale tra impieghi diversi, la desolforazione dell’olio combustibile, la gassificazione del Tar, la sicurezza degli approvvigionamenti, l’aggiornamento del Pen, i primi approcci all’ambiente sostenibile, l’avvio della politica degli incentivi.

Che ricordo le è rimasto di quegli anni?

È stato un periodo molto intenso e ricco di esperienze professionali, per l’ampiezza dei temi affrontati, ma poi direi unico quanto a turbolenza istituzionale. In tre anni si avvicendarono cinque ministri (sei se consideriamo anche quello alle Privatizzazioni) e mantenere stabilità d’indirizzo e una rotta coerente non fu facile. Provatevi a gestire in contemporanea il rapporto con due ministri, da cui entrambi per alcuni mesi mi sono trovato a dipendere, e dalla forte personalità, Guarino all’Industria e Baratta alle Privatizzazioni, che tiravano in direzioni diametralmente opposte. Il ricordo più significativo comunque è legato alla riconsiderazione che ho dovuto fare della struttura ministeriale. Ho trovato un livello di professionalità misconosciuto ed una disponibilità all’impegno che richiedeva solo una adeguata motivazione ed un pieno coinvolgimento in una prospettiva progettuale per esprimersi compiutamente. Sarò sempre grato al personale che ha condiviso con me quegli anni, quando anche per i dirigenti c’erano gli straordinari (che non riuscivo a pagare a tutti, perché erano contingentati ed ogni anno litigavo al riguardo, senza grande successo, con Andrea Monorchio).

Sulla liberalizzazione dei prezzi petroliferi lei aveva già avuto modo di esprimere le sue idee sulla trappola della “finta sorveglianza” in un articolo pubblicato sulla Staffetta il 12 novembre 1990. La sua intesa con il ministro Bodrato fu fondamentale per accelerarne l’iter che si concluse positivamente il 1° maggio 1994.

Quali furono gli scogli che dovette superare?

Le prime difficoltà furono a livello di Governo, con Cirino Pomicino, Ministro del Bilancio, assolutamente contrario a privarsi di un potere di condizionamento di un settore importante dell’industria italiana, con la scusa di tenere sotto controllo l’inflazione attraverso i prezzi amministrati. Spalleggiato in questo dal socialdemocratico Corrado Fiaccavento, Segretario Generale per la Programmazione Economica. In questa partita la capacità politica di Guido Bodrato (che oltretutto aveva una solida competenza economica) fu assolutamente determinante. Poi non fu facile convincere la filiera petrolifera, compagnie, retisti, sindacati gestori. Avevo trovato una buona intesa sia con Gianmarco Moratti, presidente dell’UP, sia con Silvano Calvetti di Assopetroli, che però avevano ciascuno problemi in casa propria. Tutti volevano un aumento dei propri margini, nessuno voleva la concorrenza. Ricordo che alla vigilia delle riunioni del Cipe e del Cip del 30 e 31 luglio 1991, che avrebbero avviato il processo di liberalizzazione si precipitò al ministero il presidente della Esso, Richard Lilly, e con grande imbarazzo, dopo aver fatto grandi professioni di fede nelle virtù del libero mercato, chiese al Ministro di mantenere i prezzi amministrati, perché confidava di più nella saggezza della Pubblica Amministrazione italiana che nell’esito di una aperta competizione sul mercato. E rappresentava quella che allora era indubbiamente la più efficiente delle reti italiane….

Sorte ben diversa ha avuto la ristrutturazione della rete carburanti. Tuttora al palo. E addirittura con molti passi indietro.

Cosa pensa della recente proposta delle tre organizzazioni storiche dei gestori di introdurre di nuovo lo strumento della “concessione”?

Il progetto di ristrutturazione messo a punto in concomitanza con la liberalizzazione dei prezzi, una sorta di reset che solo in quella contingenza poteva aver successo naufragò in una guerra delle precedenze da penna del Manzoni sulla Milano del 1600, anche se eravamo a Roma nel 1993. Il progetto come noto era formalmente presentato dalle società petrolifere, ma di fatto era opera del ministero ed andai all’Antitrust a presentarlo al presidente Saja, che si disse ben disposto ad esaminare la pratica, ma avrebbe gradito che a perorare la causa non fosse un DG, ma il ministro che si faceva sponsor dell’iniziativa. Il prof. Guarino a sua volta era ben lieto di avallare lui la proposta ed invitò quindi al ministero il presidente Saja, che a sua volta era felice di incontrare il ministro, ma che venisse lui all’Agcm. Allora l’Antitrust era in via Liguria a 300 metri a dir tanto dal ministero, ed io percorsi questi 300 metri non so più quante volte cercando invano una soluzione diplomatica accettabile per entrambi i personaggi, che, per dirla con padre Dante trovavano troppo “duro calle lo scender e ‘l salir per l’altrui scale”. Incontrarsi a pranzo in un locale di zona? Bocciato. Un caffè al bar dell’Hotel Majestic? Bocciato. E la bocciatura investì anche il progetto.

Anni dopo l’Agcm presieduta da Giuliano Amato diede il via libera ad una iniziativa similare, ed anche se si era persa la spinta propulsiva iniziale comunque qualche risultato ne è venuto.

Quanto alle proposte dei sindacati gestori non mi sembra valga la pena parlarne. È già stata seppellita da un Pnrr che ha tra i suoi pilastri la promozione della concorrenza. Siamo seri, guardiamo al 2030, non al 1930.

Non c’era ancora negli anni ’90 la piaga dell’illegalità e addirittura dell’infiltrazione della criminalità organizzata nella distribuzione dei prodotti petroliferi.

Cosa ne pensa, anche alla luce del suo ruolo di presidente di Grandi Reti?

Come Grandi Reti da tempo abbiamo posto il tema del contrasto all’illegalità al centro delle nostre iniziative, sollecitando sia il Mef, sia l’Agenzia delle Entrate e la Gdf a guardare soprattutto all’evasione dell’Iva, che è ben più rilevante di quella delle accise e sin dal 2016 avevamo proposto l’estensione al settore petrolifero del reverse charge, scontrandoci con il miope rifiuto delle compagnie. Solo negli ultimi tempi è maturata una più diffusa consapevolezza di quanto sia devastante la piaga dell’illegalità, eppure è dal suo sradicamento che passa la ristrutturazione della rete. La liberalizzazione non riesce ad esprimere i suoi effetti positivi perché i prezzi dopati dal contrabbando e soprattutto dalle frodi carosello e dalle società cartiere mantengono in vita impianti inefficienti che se il mercato non fosse falsato, avrebbero già chiuso. È inutile e controproducente cercare meccanismi artificiosi per la ristrutturazione. Si faccia funzionare il mercato con una severa repressione delle frodi estendendo alla distribuzione petrolifera l’applicazione della legge Rognoni-La Torre con la confisca e l’esproprio dei depositi e degli impianti delle società coinvolte, alla stregua dei beni di mafia. La ristrutturazione seguirà a ruota.

C’è ancora al centro della politica energetica, come negli anni ’90, seppure sotto mutate spoglie e alla luce dei nuovi e stringenti obiettivi ambientali un “problema elettrico”? A partire dal “phase out” del carbone?

Quello elettrico rimane per eccellenza il problema cardine della politica energetica e non solo in Italia. Certo si presenta in forme molto diverse: negli anni ’90 era fondamentalmente un problema di adeguatezza della potenza, cioè di insufficiente capacità e di difficoltà a costruire nuovi impianti e solo grazie al tanto vituperato Cip6 nei primi anni 2000 abbiamo tenuto in equilibrio il sistema, con margini di riserva garantiti dalle importazioni. Oggi i problemi sono di prezzo (perché le rinnovabili rimangono care), di reti da adeguare ad un sistema decentralizzato e di barriere tecnologiche da superare, in primis quella dell’accumulo. Il grande macigno che vedo e la cui rimozione è la più ardua è però di carattere culturale e riguarda per così dire la narrazione della transizione energetica. Si è diffusa la convinzione che la transizione si possa compiere con un salto immediato, mentre è una sorta di percorso di guerra, con mille ostacoli da superare. Occorre diffondere nel paese una storytelling aderente alla realtà ed impegnarsi in una lotta ad oltranza contro fake news e rappresentazioni distorcenti. Si può uscire dal carbone al 2025? Non del tutto, perché in Sardegna non è possibile. Poi sia chiaro che le centrali a carbone, che possono girare 8.000 ore all’anno non sono rimpiazzabili con torri eoliche, che quando va bene girano 2.000 ore (non programmabili) o con pannelli fotovoltaici che al massimo arrivano a 1.500 ore. Quindi occorrono impianti a gas. Il gas è un fossile? Sì, ma è il meno inquinante di cui oggi disponiamo. Ogni preclusione è pura demagogia. Questi sono i messaggi che una classe dirigente seria e consapevole del suo ruolo deve saper diffondere e su cui dobbiamo impegnarci, per creare un clima nel paese che renda praticabile la transizione ecologica.

Come si presenta oggi il nodo della sicurezza gli approvvigionamenti? Alla luce dei nuovi scenari internazionali?

Con la crescita delle rinnovabili il nodo si è fatto meno stringente, perché dipendiamo meno dal gas e l’arrivo di nuove infrastrutture, come il Tap, sulla carta rende meno rischiosi i possibili condizionamenti dell’approvvigionamento russo. Dico sulla carta, perché il gas azero è sotto tutela di Gazprom, come lo sarà il gas che in futuro dovrebbe arrivare dal Kazakistan. La vera alternativa si gioca nei grandi giacimenti del Mediterraneo orientale, con la Turchia che a Cipro cerca di strangolare le velleità italo-greco-israeliane. Non credo che le parole di Mario Draghi su Erdogan dittatore o quelle di Joe Biden sul riconoscimento del genocidio armeno non siano state attentamente ponderate. America is back, e questa è una buona notizia, ma anche l’Italia è presente. È in quelle acque, non più nel Pamir che si gioca oggi il Great Game.

Fin da quando era al ministero lei non ha mai creduto alla politica degli incentivi, da somministrare con grande attenzione e da concentrare nella ricerca e nella sperimentazione di progetti dimostrativi. Alla luce di quando accaduto nello sviluppo delle fonti rinnovabili, ha cambiato idea?

Assolutamente no, anzi mi sono rafforzato nella convinzione che abbiamo dilapidato decine di miliardi, soprattutto con i diversi conti energia per il fotovoltaico, a favore di pseudo-benefattori dell’umanità, geometri di paese improvvisatisi sviluppatori e proprietari terrieri che avevano trovato una nuova destinazione per terreni senza vocazione agricola. Sbagliata la tempistica, che ha arricchito i produttori cinesi, incapacità di gestire gli incentivi per promuovere filiere nazionale che cogliessero l’onda delle rinnovabili. Vogliamo dirla tutta? Negli anni ’90 c’era due industrie italiane nell’eolico: Riva Calzoni e la West. Riva Calzoni, che aveva sviluppato suoi campi eolici viene comprata da Edison, che si tiene i campi e dismette l’attività produttiva. La West era di Finmeccanica (oggi Leonardo) ed era in anticipo sui tempi: ha una capacità produttiva eccessiva per il mercato italiano degli anni ’90. Finmeccanica la vende alla danese Vestas che era tra i maggiori produttori mondiali. Dopo pochi anni il mercato italiano dell’eolico decolla e Vestas festeggia.

30 anni fa la deregolamentazione dei prezzi petroliferi, oggi invece sul tavolo c’è quella dei prezzi elettrici e del gas ai piccoli consumatori. Come vede il cammino intrapreso negli ultimi anni da legislatore, governo e autorità?

Ci scontriamo ancora una volta con il Dna intrinsecamente corporativo di un paese allergico al mercato ed alla concorrenza, in cui le permanenti pulsioni populiste, non solo non sono più imbrigliate dai partiti di massa del ‘900, ma sono state promosse ed esaltate in una logica anti-sistema che ha spianato la strada all’assistenzialismo (da Quota 100 al reddito di cittadinanza), salvo accartocciarsi su se stessa quando si è trattato di definire una via d’uscita dalla crisi incombente, legata non solo al Covid-19, ma all’incapacità di crescita degli ultimi decenni. Sul tema delle liberalizzazioni, il discorso va al di là dei prezzi elettrici e del gas. I Governi sono stati regolarmente smentiti dalle loro maggioranze e non hanno voluto fare di questi punti un discrimine qualificante. Quanto alle Autorità, l’Agcm è stata vox clamans in deserto, mentre l’Arera si è impantanata in assolutorie elucubrazioni sulla capacitazione del cliente. Purtroppo entrambe non hanno brillato per capacità di incidenza.

Negli anni ’90 si ponevano le basi di un mercato europeo fondato sulla disarticolazione dei soggetti verticalmente integrati. Oggi la transizione energetica torna a mettere in discussione principi chiave come l’unbundling. Si torna indietro?

Direi proprio di no, e dobbiamo contrastare i tentativi dei soggetti istituzionali, a partire dai Tso, di strumentalizzare la transizione per ampliare la propria area di attività. Al contrario la Direttiva sulle comunità energetiche mette necessariamente in discussione l’assetto della distribuzione ed a mio avviso ritorna d’attualità (per me lo è sempre stata) la necessità di separare anche in termini proprietari i Dso da produzione e vendita. Al tempo stesso è evidente che in Italia dovremmo ripensare tutto l’assetto della distribuzione, puntando a disaggregare il semi-monopolio di Enel e ad avviare una competizione per il mercato che può essere solo vantaggiosa per il consumatore. Mi rendo però conto che è un “vaste programme”, come direbbe il Generale De Gaulle.

Per finire, la sua uscita dal ministero, se non andiamo errati, venne determinata dal “ribaltone” della tabella di marcia sulla privatizzazione dell’Enel. Come andò veramente?

Premetto che con Alberto Clô c’era un rapporto di amicizia e di collaborazione e, come sempre capita tra amici, questo probabilmente ha reso più difficile comporre le divergenze, che non hanno riguardato tanto la privatizzazione dell’Enel, quanto il nocciolo delle liberalizzazioni. Alberto credeva in un sistema energetico fortemente centralizzato governato nell’oil da un ristretto oligopolio e nell’energia elettrica, come nel gas, da un soggetto egemone in grado di garantire la stabilità e l’equilibrio del sistema. Temeva insomma l’anarchia del mercato. La mia visione era opposta, mi ero convinto della possibilità e poi della necessità di rendere competitivi i mercati dell’energia e che occorresse quindi smantellare i monopoli, decentralizzare le strutture e per questa via rendere più efficiente l’intero sistema economico. Aggiungo poi che Clò non sentiva il bisogno di un Direttore Generale per l’energia, perché si riteneva autosufficiente al riguardo e su questo non aveva tutti i torti. Gli bastava un passacarte per l’ordinaria amministrazione. Solo che a quel punto uno di noi due evidentemente era di troppo. Comunque io non ho mai messo in discussione che spettasse al ministro definire l’indirizzo politico. Ho solo preso atto che quell’indirizzo non corrispondeva alla mia visione ed agli obiettivi che avevo assunto. Ho quindi ragionato da manager: se non sei d’accordo con il tuo azionista o ti adegui o te ne vai. Non sono uomo da tutte le stagioni, dissi allora, e preferii lasciare.

30/04/2021

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