SQ – Se l’andamento dei dati smentisce i facili ottimismi sulla transizione

Articolo di Staffetta Quotidiana del 18/06/2021

Nel nuovo numero di Energia (Rie)

Nel secondo numero del 2021 (2/21) di Energia, la rivista trimestrale del Rie diretta da Alberto Clô in distribuzione in questi giorni, notevole spazio è dedicato alle favole e alle fantasie che girano sulla transizione energetica, un fatto che evidenzia quanto a conti fatti sia tremendamente complesso modificare l’assetto dell’offerta di energia, ancora oggi incardinata nelle fonti fossili. Di seguito un’ampia sintesi della presentazione. La segnalazione del numero 1.21 è stata pubblicata sulla Staffetta del 26/03.

Perché spacciare fantasie? È la domanda che si pone Alberto Clô all’inizio della presentazione prendendo spunto dalle argomentazioni con cui Olivier Appert, presidente del Conseil Français de l’Énergie, smonta la narrazione dominante sulla transizione energetica, arrivando a concludere che è essenziale un’azione di trasparenza perché “le fake news si diffondono senza sosta”. Con soluzioni “dispendiose e inefficaci” perché non basate su “un’analisi rigorosa delle barriere tecniche, economiche, sociali e geopolitiche che rallentano la transizione”. Illudersi del contrario, ricorda Clô, non contribuisce a fare passi avanti. C’è voluta la pandemia perché le emissioni si riducessero, ma con la ripresa delle economie, grazie al vaccino, esse sono tornate a crescere smentendo chi sosteneva perentoriamente che il 2020 segnasse un punto di discontinuità nelle dinamiche energetiche.

Ad attestare quanto sia tremendamente complesso modificare l’assetto dell’offerta di energia, ancor oggi incardinata per l’80% sulle fonti fossili, è il contributo di Oliviero Bernardini (Comitato scientifico di Energia) secondo cui l’inerzia del sistema energetico mondiale riscontrata nel corso dell’ultimo mezzo secolo assicura un ruolo dominante alle fonti fossili anche per buona parte del prossimo mezzo secolo. Quel che si riscontra anche nel caso del nostro Paese. Come dimostra l’analisi di Francesco Gracceva, Bruno Baldissara, Ettore Francesco Bompard, Eleonora Desogus, Daniele Grosso e Stefano Lo Russo (Enea, EST e Politecnico di Torino). Il crollo dei consumi di energia e delle emissioni – a livelli mai accaduti in tempi di pace – è sostanzialmente ascrivibile ai mesi del lockdown, mentre in seguito i consumi sono tornati ai livelli pre-pandemia. Riduzione, quindi, di natura non strutturale, così che le possibilità di conseguire gli ambiziosi obiettivi (politici) di decarbonizzazione fissati dall’Unione europea al 2030 (–55% emissioni 2030 su 1990) sono legate ad un’accelerazione delle dinamiche degli ultimi decenni estremamente difficili da conseguire. Nel caso della riduzione delle emissioni bisognerebbe che l’Italia corresse ad una velocità sette volte superiore, mentre in quello dell’intensità energetica circa nove volte superiore.

Riuscirà il Recovery Plan, si chiede Clô, ad accelerare il corso delle cose? Risposta non facile, tanto più in assenza di quell’ ”organismo tecnico” che le linee guida dell’Unione Europea richiedono obbligatoriamente agli Stati membri per la stesura e implementazione dei Piani nazionali, ma che nel piano non è stato indicato. Da qui, la proposta avanzata dallo stesso Clô e da Romano Prodi in un articolo pubblicato su Il Messaggero del 3 maggio di costituire un Comitato Tecnico Scientifico sulla Transizione Ecologica, a somiglianza di quello cui il Governo ha fatto riferimento per le decisioni assunte per fronteggiare la crisi sanitaria, a garantire, su base indipendente e consultiva, la bontà delle scelte che si andranno ad adottare.

L’unbundling dimenticato:

il caso Snam

Un altro capitolo del numero si sofferma sullo strano destino delle riforme di liberalizzazione dei mercati energetici, duramente dibattute prima di avviarle, poi dimenticate una volta che sono state (almeno nominalmente) realizzate. Proseguendo nel dibattito iniziato nel precedente numero di EnergiaLuigi de Francisci e Alberto Mariani (Acea), nel condividere il fatto che il ruolo dei Dso sarà sempre più centrale per assicurare l’efficienza del percorso di transizione energetica anche nel servizio ai consumatori, pongono l’interrogativo se, nell’assetto attuale e con gli strumenti oggi a disposizione, essi saranno in grado di garantire il giusto supporto a tali sfide.

E, sempre in questo numero l’analisi si allarga al mercato del gas naturale relativamente al caso della Snam. Società a controllo pubblico che, come rileva nel suo articolo l’avvocato di Milano Fabio Polettini, dopo essere uscita da Eni – così separando nettamente infrastrutture (in monopolio naturale regolato) e servizi (in concorrenza) – ha deciso autonomamente di allargare il suo perimetro di attività in attività non regolate, che hanno contribuito ampiamente a migliorarne i conti compensando gli effetti della pandemia. Autonomamente, rileva Clô, perché né la politica né l’Autorità di regolazione né l’Antitrust che molto si batterono per la separazione proprietaria hanno espresso al riguardo alcuna valutazione. Quattro le ottiche da cui viene esaminata la questione: la sua coerenza con la normativa europea in materia di unbundling; la sua congruità con l’attuale legislazione nazionale; i limiti che ne derivano quanto a tutela della concorrenza; la riscoperta delle virtù dell’integrazione verticale che erano state negate ad Eni. Non è da dubitare che la scelta di Snam sia finalizzata ad obiettive ragioni industriali – il declino in prospettiva del ruolo del metano; il venir meno delle necessità di espanderne le infrastrutture di trasporto interne; il rischio che all’interno della Tassonomia UE sia preclusa la costruzione di nuove infrastrutture di trasporto del metano; l’opportunità di favorire la nascita di nuove filiere, quale quella dell’idrogeno che sarebbe favorita dall’integrazione verticale – ma dibatterne per renderne contezza è nondimeno opportuno, rileva Clô, anche al fine di condividere tali scelte.

Una strategia che va valutata nel quadro delle esigenze di modernizzazione e sviluppo infrastrutturale del Paese. Questione analizzata da un gruppo di docenti dell’Università La Sapienza coordinati da Riccardo Gallo in un articolo che parte dall’arretratezza infrastrutturale del nostro Paese. “Le grandi società che gestiscono le infrastrutture di base italiane – evidenziano gli autori – hanno utili molto elevati nel loro complesso, ma li distribuiscono per molto più della metà, a volte più del 100%. Negli ultimi dieci anni hanno distribuito dividendi per 30 miliardi”. Vi è quindi, conclude Clô, una capacità di fuoco finanziario che dovrebbe mirare a uno sviluppo delle infrastrutture per coprire il fabbisogno reale e colmare l’attuale deficit.

Via col Vento?

L’apparire di nuove fonti di energia ha sempre suscitato, rileva Clô, grandi speranze, fino a quando restano limitate nella dimensione e nella diffusione spaziale. Salvo, quando crescono, vederne gli impatti negativi, sollevando l’opposizione delle comunità locali. Quel che sta accadendo in tutta Europa verso l’eolico anche nei paesi ambientalmente più virtuosi, come Svezia o Norvegia. A questi problemi – che stanno fortemente rallentando l’espansione dell’eolico – se ne affiancano altri d’ordine tecnico, economico, regolatorio. Come rilevano Carlo Degli Esposti, Pierre Bornard Graeme Steele (BSDE Associates), la prospettiva di una forte espansione dell’eolico offshore solleva la delicata questione di come renderne possibile ed efficiente l’integrazione nel mercato elettrico europeo. Per riuscirvi, bisognerebbe sostenere ingentissimi investimenti per realizzare, da un lato, una rete sottomarina adeguata alla gestione dei 450 GW di potenza previsti da Wind Europe da qui al 2050 e, dall’altro, i necessari rinforzi a terra, insostenibili per singoli paesi. A questo, va aggiunta la necessità di un forte coordinamento fra le diverse autorità nazionali coinvolte nelle procedure di pianificazione e approvazione degli investimenti, allo stato attuale inesistente.

La lezione della crisi texana

Sempre in tema di regolazione Giovanni Goldoni (Università di Verona) rilegge la drammatica esperienza del Texas che a metà febbraio ha messo in ginocchio la rete elettrica che alimenta 26 milioni di abitanti, con numerose vittime e danni incalcolabili. Un disastro riconducibile a un «fallimento della regolazione» nell’intera catena elettrica e metanifera. Si guardi alla mancata protezione degli impianti, ai contratti di fornitura del metano, alle errate previsioni della domanda, all’incredibile pasticcio dei prezzi all’ingrosso, alla mannaia che si è abbattuta sui produttori eolici impossibilitati a produrre (per le pale ghiacciate) ma costretti ad acquistare a prezzi iperbolici per rispettare gli impegni sottoscritti, ai consumatori finali: rimasti senza luce ma con bollette astronomiche. Che i vertici degli organismi di regolazione siano stati cacciati via è in fondo secondario – anche se anni luce meglio dell’impunità che seguì al nostro tragicomico blackout dell’intero Paese in una notte di settembre del 2003 – perché l’importante sarebbe imparare le lezioni dagli altrui errori. Sta di fatto, rileva Clô, che per una ragione o l’altra i sistemi elettrici sono divenuti vieppiù fragili, mentre la domanda richiederebbe una qualità del servizio sempre più elevata.

Comunità energetiche,

ultimo anello della catena

L’analisi delle problematiche sociali connesse alle politiche climatiche prosegue anche in questo numero con un intervento di Luigi Pellizzoni (Università di Pisa) che analizza modalità e limiti di politiche mirate a condizionare comportamenti individuali, non meramente riconducibili a motivazioni economiche. Le preferenze per l’uno o l’altro approccio essendo basate su assunti in merito al ruolo delle istituzioni sociali. Fondamentale è procedere in maniera razionale, evitando di attivare il tradizionale meccanismo del capro espiatorio, che in questo caso coincide con l’anonimo cittadino o consumatore, ultimo anello di una catena decisionale governata dagli interessi organizzati e che ai suoi occhi appare opaca se non del tutto imperscrutabile. All’interno di queste problematiche, configurandosi come risposta dal basso, può farsi rientrare l’istituto delle comunità energetiche, illustrato da Nicolò Rossetto (Florence School of Regulation). Un istituto di cui molto si è scritto, anche se poco si è realizzato, almeno nel nostro Paese. Le sue potenzialità potrebbero tuttavia essere interessanti grazie anche al sostegno previsto nel Recovery Plan sotto la voce “Promozione rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo” con uno stanziamento di 2,3 miliardi di euro per la costruzione di 2.000 MW di nuova capacità di generazione distribuita a favore delle comunità energetiche. ?

18/06/2021

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