Staffetta – Assopetroli: le nuove sfide su rete, extrarete, frodi Iva, ecoreati, 15 gradi

Riportiamo l’articolo della Staffetta del 23 luglio 2015 contenente l’intervista al Presidente Andrea Rossetti e al Vice Presidente Andrea Salsi

Un’associazione che sia sempre più di sostegno operativo alle aziende, che sappia costruire alleanze stabili con gli altri soggetti della filiera per presentarsi con credibilità ed efficacia alle istituzioni e alla politica. Per affrontare prima di tutto la questione dell’illegalità e delle frodi Iva (attraverso un tavolo permanente con gli organi di controllo), ma anche la questione della catena dei 15 gradi, la razionalizzazione della rete e la nuova normativa sugli ecoreati. Il tutto parando i colpi di una crisi che chiede una ridefinizione dei ruoli e un’integrazione sempre maggiore tra rete ed extrarete. Insediati per acclamazione al vertice di Assopetroli il 22 maggio (v. Staffetta 22/05), Andrea Rossetti e Andrea Salsi hanno incontrato lunedì per due ore il direttore e la redazione della Staffetta per presentarsi e fare il punto sulle sfide con cui da subito si sono dovuti confrontare. Di seguito il resoconto puntuale di quanto emerso nel corso della conversazione.

Non sono mancate le sfide in questi primi due mesi alla guida dell’associazione, dalla gestione dell’accordo unitario alla questione dei 15 gradi, all’apertura di un tavolo sul “nero”. Ad Andrea Rossetti e al suo vice Andrea Salsi non sembrano però mancare la capacità di analisi dei nodi (interni ed esterni all’associazione) e la visione – concreta ma ad ampio raggio – di strategie e possibili soluzioni. Il passaggio di consegne alla presidenza di Assopetroli “non ha certo a che fare con la rottamazione”, esordisce Rossetti nel colloquio con la redazione della Staffetta. “La nostra preoccupazione – aggiunge – è di avvicendarci nel portare il carico di un’attività molto impegnativa. Nessuno di noi fa il dirigente associativo per aspirazione o ambizione personale. Si tratta di un onere notevolissimo, soprattutto se lo si fa con quel grado di applicazione che ha caratterizzato la presidenza di Franco Ferrari Aggradi”.

Come annunciato in occasione dell’elezione, il ticket Rossetti-Salsi si pone in continuità con la precedente presidenza, “su tutti gli aspetti rilevanti della politica associativa”, come nel “bilanciamento di attenzione tra i settori”. Se infatti il settore Rete “è stato quello che negli ultimi anni ha assorbito la maggior parte delle energie in quanto oggetto di una continua attività di intervento politico e legislativo”, l’Extrarete “ha grandissimi problemi e attende soluzioni per affrontare la crisi che attanaglia il settore da ben prima del 2008”, mentre il settore Energia “è forse quello che offre prospettive più interessanti dal punto di vista delle capacità intrinseche e di diversificazione”. Su quest’ultimo settore, di cui ora si occupa proprio Ferrari Aggradi, “rimane chiave il tema dell’Iva al 10% sui contratti servizio energia”, una formula contrattuale che “ha anticipato alcuni dei temi in materia di efficienza nella produzione e nell’utilizzo dell’energia. Peccato – aggiunge Rossetti – che per ragioni di contingenza finanziaria l’Iva al 10% non sia ancora riconosciuta e probabilmente non lo sarò nell’immediato futuro”. Resta il fatto che si tratta di “un contratto tipizzato, grazie anche al lavoro della nostra associazione” che quindi consente di “togliere vaghezza al discorso dell’efficienza energetica, con risparmi misurabili a partire da un benchmark di analisi preventiva delle prestazioni dell’impianto”. E per quanto quella dell’Energia sia “un’anima minoritaria di Assopetroli, in termini di numero di associati”, all’interno dell’associazione “abbiamo delle eccellenze, storicamente soprattutto in Lombardia e Piemonte, ma anche nel resto d’Italia” che sono “la punta avanzata di innovazione tecnologica nel settore”.

Una delle questioni più urgenti che la nuova presidenza si trova ad affrontare è sicuramente quella delle frodi Iva e della concorrenza sleale nella distribuzione carburanti, su cui Rossetti raccoglie il testimone della denuncia di Ferrari Aggradi. “La denuncia è la parte relativamente più facile, anche se per nulla scontata, del lavoro che Assopetroli ha fatto. Sappiamo di essere partiti prima degli altri, anticipando il lavoro di altre associazioni che per fortuna si stanno concentrando anch’esse su questi temi. Come nuova presidenza abbiamo parlato di una “fase due”. La denuncia ha assolto la sua funzione e ora bisogna fare qualcosa di più. L’idea è di costruire un’interlocuzione stabile con le istituzioni (coinvolgendo le altre associazioni). Serve un tavolo di lavoro aperto a tutti quelli che fanno parte di questo mondo. Abbiamo già avuto incontri con altre realtà. Noi già dall’inizio di maggio abbiamo strutturato questa interlocuzione con le agenzie competenti e con gli organi di controllo”.

L’istituzione di un tavolo permanente con l’Agenzia delle Entrate, le Dogane e la Guardia di Finanza può permettere di affinare gli strumenti e individuare correttivi per rendere più efficaci i controlli. “È di pochi giorni fa – ricorda Salsi – la notizia che l’Agenzia delle entrate ha un deficit di organico per cui nel 2014 hanno perso accertamenti per circa 1,5 miliardi di euro. Non c’è nessuno che firmi accertamenti e provvedimenti. Una situazione a dir poco complicata, che non riguarda solo gli oli minerali. Il punto quindi è che c’è una grande difficoltà a commisurare i mezzi alle necessità. Anche per questo è stata apprezzata la collaborazione della nostra associazione”.

D’altro canto, combattere la concorrenza sleale è sempre più una questione vitale per le aziende del settore. “Le imprese hanno un interesse preciso a contrastare questo tipo di fenomeni, al di là del senso civico. Nessun elemento di efficientamento dell’azienda o dei processi può produrre una risposta a chi solo con l’Iva guadagna il 22% di margine competitivo, in un settore che vive di limature sui millesimi di euro. La nostra attenzione è cresciuta anche perché ormai è un problema trasversale, che riguarda la rete e l’extrarete, e generalizzato geograficamente. Si tratta di contrastare lo spiazzamento della concorrenza sleale, e l’azione delle associazioni deve concentrarsi su questo”.

Si capisce che per Rossetti (e per le aziende Assopetroli) si tratta di un nodo non rimandabile e su cui le chiacchiere non hanno più spazio: l’idea di un protocollo di legalità tra le aziende viene scartata come mera iniziativa di immagine. “C’è il piano del ritorno di immagine e quello del contrasto. Il primo può avere un senso, ma in questa fase non è in cima alle nostre preoccupazioni. La questione non è dare l’idea di un settore che si mobilita prima e meglio di un altro. Il punto è il contrasto, che viene fatto sostanzialmente dagli organi di controllo. E il problema delle frodi Iva è l’aspetto di gran lunga più preoccupante. Per come è strutturato il sistema, l’Agenzia delle Entrate vede i dati relativi alle dichiarazioni di intenti con troppo ritardo. Si può anche fare un protocollo di legalità ma il punto vero è un altro: gli strumenti a disposizione degli organi di controllo sono adeguati per intercettare questi fenomeni? Gli stessi organi riconoscono che andrebbe fatto molto di più, anche a valle delle ultime modifiche sull’invio telematico. Dal tavolo di lavoro può scaturire il miglioramento di questi meccanismi nell’ottica di individuare i correttivi più efficaci in termini di contrasto e deterrenza che abbiano il minor impatto normativo e regolamentare”.

Il rischio da evitare è infatti quello di appesantire il settore con controlli che vanno a colpire anche chi opera nella legalità. “Se si vogliono trovare soluzioni efficaci bisogna conoscere il settore e i consigli più interessanti vengono proprio da chi opera sul campo, dai responsabili degli accertamenti”. Anche qui il punto è che mancano gli uomini e i mezzi per affrontare tutte le emergenze, e proprio per questo è importante che vi sia il massimo del coordinamento nelle attività. Insomma, conclude Rossetti, “c’è da rendere più efficiente la macchina che è a disposizione, rendendo gli strumenti più selettivi in modo da leggere i fenomeni in modo puntuale. La questione dell’Iva secondo noi è la più urgente perché è un fatto abbastanza nuovo per cui il sistema di controlli non è strutturato. Il nostro settore ha controlli concepiti essenzialmente nell’ottica di presidiare il gettito delle accise controllando i depositari, i depositanti e la circolazione. Ma in questo modo le frodi Iva non si possono individuare. Anzi, sono tutte operazioni formalmente conformi e si rischia di non avere anticorpi efficaci”.

Altro dossier in corso di definizione con le Dogane e con l’amministrazione finanziaria è quello dei cali e della catena dei 15 gradi. Sui cali c’è apprezzamento per la circolare 6/D dell’Agenzia delle Dogane che “offre contributi di chiarimento soprattutto sulla doppia soglia, recependo un’esigenza che veniva non solo dalla nostra organizzazione”, un “passo avanti perché supera l’incertezze anche sull’applicazione delle sanzioni e sulle metodologie contabili applicate ai cali”. Sui 15 gradi c’è da una parte il problema dei rapporti commerciali con le compagnie, su cui “abbiamo fatto accordi specifici con Eni e Q8 per ottenere correttivi che dessero ristoro economico ai rivenditori a compensazione del pregiudizio delle variazione di temperatura. Questi correttivi positivi hanno funzionato solo in parte a causa del mancato accordo di altre società petrolifere”. Ma questa questione “non ha rilievo dal punto di vista delle accise, perché parliamo di commercializzazione di prodotti ad accisa già assolta”. Diverso è il caso della catena dei 15 gradi, su cui il dipartimento delle Finanze e l’Agenzia delle Dogane stanno lavorando da qualche mese. “Quando abbiamo iniziato l’interlocuzione con l’ufficio legislativo del ministero delle Finanze ci è stata prospettata un’esigenza di rivisitazione delle norme da affrontare nel confronto con gli operatori. Poi c’è stata un’accelerazione, legata anche alla scadenza della delega fiscale e abbiamo a un certo punto avuto la sensazione che si potesse prescindere da un reale confronto, e individuare i 15 gradi come criterio per la regolazione di tutte le transazione nel settore, fino al consumatore finale, senza un approfondimento adeguato. Al di là di questo, il problema è che questa misura presenta problemi legati ai tempi di attuazione e ai costi. Modificare la misurazione delle erogazioni comporta un investimento consistente per l’ammodernamento delle infrastrutture, dalla logistica, alle flotte, agli impianti di distribuzione, e di tutto questo va prima verificata la sostenibilità. Ne abbiamo poi parlato con l’Agenzia delle Dogane che ci ha confermato l’idea di mettere mano alla normativa di settore ma con tempi diversi e comunque nel dialogo aperto con gli operatori e nel raffronto comparato con gli ordinamenti degli altri paesi europei. L’idea dei 15 gradi come criterio unico fino al consumatore finale non esiste in nessun Paese d’Europa, tranne che in Belgio, a quanto risulta dalle verifiche che stiamo facendo con l’Upei. L’orientamento prevalente è sui 15 gradi nelle transazioni b2b, quindi tra l’industria e i grossisti, e poi, a valle, si continua ad andare a temperatura ambiente”.

Ora il canale di confronto con le istituzioni è aperto, i lavori sono in corso e la questione “non è percepita come incombente come a maggio. L’idea deve essere quella di non vessare il settore che è già in grande difficoltà dal punto di vista della redditività, ma solo rendere i meccanismi di controllo più certi. L’Agenzia delle Dogane riceverà un nostro documento in proposito che identifica in modo più puntuale i tempi, i costi e il raffronto con i Paesi Ue di questa ipotesi.

Si tratta con le istituzioni e con la politica anche su un altro dossier che si è surriscaldato proprio negli ultimi giorni, quello della razionalizzazione della rete. Con la presentazione degli emendamenti al ddl Concorrenza “si è aperto il vaso di Pandora, ed è uscito un po’ di tutto, compreso di nuovo il libera la benzina”. Secondo Rossetti “la razionalizzazione non doveva essere inserita in questo passaggio perché non ce ne sono le condizioni. L’elemento di innovazione forte dell’accordo unitario è stato la presa d’atto di una situazione di necessità straordinaria legata alla ristrutturazione in tempi ragionevolmente brevi di una rete in forte squilibrio. Questa straordinarietà veniva recepita in un punto preciso della proposta unitaria che era la semplificazione delle bonifiche. L’esigenza è quella di favorire la chiusura in modo più semplice di una serie di impianti improduttivi che in un mondo ideale sarebbero già chiusi. Il punto è che bisogna abbassare la barriera all’uscita per consentire di chiuderli definitivamente e smantellare. Non certo a costo dell’ambiente, ma semplicemente come si è fatto in passato, differendo i momenti della dismissione e dello smantellamento da quelli della bonifica, da realizzare al momento del riutilizzo dell’area. Con questo sistema, che non ha provocato nessun disastro ambientale, si sono chiusi in passato migliaia di impianti. Se alla proposta unitaria si toglie questo elemento qualificante non rimane che la parte burocratica, che non scioglie alcun nodo di fondo e a cui nessuno dei firmatari è interessato a se stante”. Insomma, “senza l’apertura sulle bonifiche semplificate non vale la pena portare avanti il resto, e l’accordo dovrebbe decadere”. Il punto, anche qui, è aprire preventivamente il canale di comunicazione con il ministero dell’Ambiente che al momento non è ancora stato interpellato sul dossier. “Stiamo cercando di costruire consenso”, dice Rossetti. “Anche dal punto di vista ambientale non è certo interesse della collettività tenere inerzialmente in vita tremila impianti per lo più obsoleti o abbandonati che possono diventare potenzialmente inquinanti. E’ invece sicuramente nell’interesse generale portarli a chiusura in tempi rapidi concedendo una finestra di uscita facilitata. Al Mise lo hanno ben compreso e sono consapevoli della valenza della proposta ma la competenza specifica è del ministero del’Ambiente, con cui bisognava avere un confronto prima di inserire il progetto nel ddl Concorrenza come invece è stato fatto con un emendamento che giudichiamo avventato. In assenza di questa condivisione preventiva con l’Ambiente è del tutto controproducente accelerare la razionalizzazione nel ddl Concorrenza”.

Restando in tema di Ambiente, forte è la preoccupazione sugli ecoreati: “allo stato non ci sono aperture su ipotesi emendative. Bisognerà vedere come la legge si sviluppa nella fase attuativa, sperando che non si producano effetti punitivi sulle imprese. Vorremmo fosse valorizzato il ravvedimento operoso per consentire la depenalizzazione dell’inquinamento colposo e accidentale. Il settore ha in mano un rischio frazionato molto esteso su 23mila potenziali casi. Tutto sta nell’interpretazione che verrà data a questi elementi, ma c’è ragione di essere preoccupati, con una rete in parte obsoleta ed esposta a maggiore rischio”.

Venendo al mercato dei carburanti, è la progressiva confluenza di rete ed extrarete a caratterizzare le ultime evoluzioni. “Guardiamo ai due settori in un’ottica sempre più integrata. Al nostro interno le aziende che si occupano esclusivamente di rete o di extrarete sono ormai sempre meno. Chi ha fatto storicamente solo rete ormai si preoccupa anche di curare le condizioni di approvvigionamento, perché il classico contratto di convenzionamento è uno strumento in via di estinzione. Anche chi non gestisce la logistica comincia però a considerare i contratti di rifornimento della rete con un’ottica extrarete, con riferimento al mercato Platts, con quantificazione degli oneri accessori sempre più simili a quelli dell’extraretista. Il vecchio contratto di convenzionamento parlava di royalty e poco altro. Oggi c’è bisogno di avere un’attenzione costante anche a tutti gli altri aspetti a partire dal marketing e dal pricing e serve un dinamismo che era inimmaginabile solo qualche anno fa. In questo modo il mercato si omologa sempre più al registro della sua parte più competitiva e dinamica e lavora in una logica sempre più simile all’extrarete”. Questo comporta trae l’altro “in termini di valore un’erosione della redditività legata alla perdita dei volumi e/o alla perdita dei margini. Complessivamente il settore vive una fase molto complicata. Il problema di fondo è che sono spariti i consumi. È come se dal 2008 al 2014 fossero spariti i clienti di 6.000 impianti, pari a 9 miliardi di litri”. “Nonostante abbiano chiuso tre raffinerie – sottolinea Salsi – i consumi sono scesi molto di più rispetto alla riduzione dell’offerta. Ci sono circa 3.000 impianti in crisi gestionale che aprono e chiudono solo per rinviare il momento della dismissione finale. È abbastanza irragionevole pensare alla possibilità di un ritorno ai livelli pre-crisi non solo perché manca la ripresa ma per l’evoluzione degli stili di consumo che ha modificato strutturalmente il profilo della domanda. E l’offerta non potrà che adeguarsi. Ci sono molti fattori che possono rallentare questo passaggio ma l’offerta andrà razionalizzata, sia sulla rete che sull’extrarete”.

Retisti ed extraretisti si trovano dunque a dover rispondere a un mercato in velocissima evoluzione. “Un tempo c’erano operatori che guardavano al settore come una rendita. Da tempo non è più così e questo ha portato anche ad un’evoluzione della professionalità”. Evoluzione che richiede formazione e aggiornamento per gli imprenditori del settore. “In questa fase decrescente e di ridefinizione dei ruoli, le imprese Assopetroli hanno delle carte da far valere. Sono piccole e medie imprese con modelli organizzativi caratterizzati da flessibilità operativa ed efficienza, che possono quindi intercettare i bisogni che il settore esprimerà in termini di servizi e diversificazione dell’offerta”. Le imprese della distribuzione sono cioè pronte ad affrontare il disimpegno delle compagnie dalla rete. “Certe attività che per una grande corporation possono essere a basso valore aggiunto e a troppo alto rischio, anche in termini di gestione dei processi, verranno trasferite sull’anello a valle della filiera. Da questo punto di vista c’è l’esigenza di professionalizzare le nostre aziende ma anche la necessità di renderle consapevoli di alcune valenze che possono diventare strategiche”.

Importante in questo senso sarà anche lo sforzo di consapevolezza e rappresentazione del proprio ruolo, all’interno e all’esterno dell’associazione. “Questo è un problema che hanno molte delle realtà della rappresentanza delle piccole e medie imprese, un mondo molto difficile da raccontare. Ciò nonostante sappiamo che dobbiamo fare qualcosa di più. È una delle attività di cui vorremmo si occupasse il Gruppo giovani con il nuovo presidente. Speriamo di riuscire a farlo perché ci sono molti elementi sfuggenti, non facili da cogliere, che però sono importanti, sia nei confronti delle società petrolifere che delle istituzioni. C’è anche una certa ritrosia da parte dei soggetti a raccontarsi ed esporsi in modo pubblico”.

Affrontiamo infine la questione del credito. “Dal lato dell’accesso al credito la questione ha avuto una sua maturazione non indolore. Le società petrolifere sono andate avanti e hanno tagliato i fidi, le società assicurative anche, e qualcuno ne ha pagato amaramente le spese. Il sistema che si era eccessivamente esposto prima si è drasticamente riposizionato senza dare in alcuni casi la possibilità di rientri graduali. Alcune realtà che si erano indebitate dal lato dei rivenditori hanno affrontato difficoltà notevolissime, in alcuni casi anche esiziali”. Insomma, “la questione ha un grado di urgenza inferiore solo perché purtroppo gli effetti sono già in larga parte compiuti e ulteriori peggioramenti non ci risultano in questa fase”.

Dal lato banche “i tassi di interesse offerti sul mercato sono straordinariamente bassi” ma “rimane il problema delle linee di credito e del loro costo per chi non ha una struttura capitale indebitamento in equilibrio”.

Diverso il discorso per il credito lato incasso: qui “il problema rimane molto serio nonostante siano stati fatti passi avanti.. Banca d’Italia dice che le imprese attendono 40 miliardi di euro di pagamenti dalla PA, la clientela privata paga con sempre più difficoltà e alcune norme non favoriscono la certezza dei tempi di incasso. Ad esempio la normativa sul concordato che si presta anche ad applicazioni strumentali per rinviare sine die i pagamenti, con percentuali di soddisfo talvolta irrisorie. Per il nostro settore il 70% dell’esposizione è fatto di imposte, e avere una proposta di pagamento concordataria ad esempio del 20% o 30% è troppo penalizzante. O le norme sull’amministrazione condominiale: oggi, se un’amministrazione non paga, il fornitore deve esercitare l’azione di recupero direttamente sul condomino moroso aspettando che l’amministratore ottemperi all’obbligo, non sanzionato, di notificare i morosi. Insomma, c’è ancora un grosso problema di certezza del credito dal lato dell’incasso”.

Le sfide dunque sono molte. L’intenzione di Rossetti è “tenere la barra centrata sugli associati e costruire un’associazione che sia molto caratterizzata sul sostegno operativo agli associati, dall’attività formativa e informativa al supporto pratico di singole esigenze contingenti. Un’associazione – aggiunge – che sia il back office delle aziende, in un’ottica di sussidiarietà”. Chiara è la consapevolezza del ruolo e dei possibili limiti dell’associazione e dell’associazionismo: “per fidelizzare gli associati, soprattutto in questa situazione di crisi, non basta soltanto essere l’associazione storica. Serve un valore aggiunto che va confermato nella trincea del lavoro giorno per giorno”. Un lavoro che serve anche a scongiurare quello che per Rossetti è il rischio maggiore nel mondo della rappresentanza quello dello “sfrangiamento”. “Oggi per poter parlare e tentare di contare nell’interlocuzione con le istituzioni e con la politica non basta neanche più presentarsi come rappresentanti unitari del mondo della rivendita. Bisogna avere la forza di coordinarsi con le altre realtà per parlare come settore nella sua interezza, non in modo episodico ma stabile, salvo rare eccezioni. Nel settore dovremo cercare di fare quello che il mondo del commercio ha saputo fare al suo interno con Rete Imprese Italia: ristrutturare la rappresentanza nell’ottica di renderla sempre più unitaria e capace di dare una lettura unificata dei processi di cambiamento della società. Altrimenti si diventa irrilevanti, corporativi e ininfluenti. Da soli contiamo troppo poco. Aggregare la rappresentanza è una necessità assoluta”.

23/07/2015

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