STAFFETTA QUOTIANA – Raffineria Priolo, aspettiamo la catastrofe?

Il governo tedesco ha messo in amministrazione controllata la raffineria Rosneft di Schwedt. Perché in Italia siamo stati e restiamo tuttora con le mani in mano rispetto alla raffineria Lukoil di Priolo? Aspettiamo di svegliarci il 5 dicembre, quando entrerà in vigore l’embargo sul petrolio russo e l’impianto dovrà chiudere i battenti? Diventando nel frattempo il primo importatore europeo di petrolio russo?

Tante domande senza risposta. In Germania si parla almeno da aprile del problema della raffineria Rosneft su suolo tedesco. In maggio Berlino ha fatto una legge sulla sicurezza degli approvvigionamenti per consentire operazioni straordinarie di amministrazione fiduciaria di impianti strategici. Legge che è stata attuata prima per gli stoccaggi Gazprom in Germania e oggi per le attività Rosneft nella raffinazione.

Quanto alla raffineria Isab, la seconda più grande del Mediterraneo, la risposta dell’Italia è stata sostanzialmente un emendamento approvato a giugno che si limitava a istituire un tavolo al ministero dello Sviluppo economico. Ma serve un emendamento per far capire al Mise che è urgente affrontare la questione? Perché nessuno ha pensato a prendere in mano la questione? E perché il tavolo è presso il Mise e non presso il Mite? È vero che la situazione prefigura una crisi di impresa (competenza Mise), ma la questione ha profili molto rilevanti dal punto di vista della sicurezza degli approvvigionamenti (competenza Mite). Nessuno ha pensato di suonare l’allarme, tra vertici politici e amministrativi?

Nel giustificare la drastica decisione di oggi, il governo tedesco sottolinea proprio gli aspetti relativi alla sicurezza degli approvvigionamenti. Aspetti che il presidente Unem Claudio Spinaci va spiegando ai quattro venti da mesi, per quanto riguarda Priolo, e che ieri sono stati additati anche da Assopetroli, soprattutto per quanto riguarda la filiera a valle della raffineria.

Il problema della raffineria Rosneft di Schwedt presenta difficoltà addirittura maggiori rispetto a Priolo, perché l’impianto è collegato via tubo dalla Russia ed è quindi più complesso trovare alternative nelle forniture di greggio. Per Priolo questa difficoltà non ci sarebbe, essendo sul mare. In ogni caso, la raffineria siciliana riceve da mesi solo greggio russo perché nessuno assicura più operazioni di società russe con parti terze. Con la conseguenza paradossale che dall’inizio della guerra le importazioni di greggio russo in Italia si sono impennate, passando da 380mila tonnellate in marzo a 1,3 milioni in giugno.

Qual è dunque il problema? Perché tanta timidezza nell’affrontare la questione? Lo scorso aprile, quando l’agenzia Reuters riferì che il governo stava considerando l’ipotesi di una nazionalizzazione temporanea della raffineria, il Mise si affrettò a rispondere che l’idea non era all’ordine del giorno, sottolineando piuttosto gli aspetti critici di un’eventuale chiusura dell’impianto. Successivamente il ministro Giorgetti è tornato più volte sull’eventuale crisi e chiusura dello stabilimento, tacendo invece su idee e iniziative per garantirne la continuità operativa. Una continuità più che mai opportuna non solo per evitare gravi impatti sociali e occupazionali, ma anche per non ritrovarci costretti ad aumentare le importazioni di prodotti finiti su un mercato già surriscaldato. Perché dunque aspettare che le cose precipitino?