Tassa extraprofitti, i chiarimenti del governo sulla platea

Sono circa 300 le società interessate dalla tassa sugli extraprofitti, delle quali circa il 90% operanti nel settore energia elettrica e gas e circa il 10% nel settore dei prodotti petroliferi. È quanto ha fatto sapere il Governo al Parlamento nel corso dell’esame alla Camera del DL Aiuti, come riportato nella nota di lettura messa a punto dal Servizio bilancio del Senato.

Nel chiarimento inviato a Montecitorio, il governo specifica che “il 57% del contributo stimato (circa 2,24 mld di euro) è riconducibile a società del settore energia e gas mentre il 43% (circa 1,74 mld di euro) è riferito al settore dei prodotti petroliferi. Sotto il profilo dimensionale, quasi tutti i soggetti tenuti al pagamento del contributo si configurano come medie o grandi imprese”.

Nella nota di lettura del provvedimento modificato dalla Camera, i tecnici del Senato suggeriscono di “predisporre un monitoraggio ad hoc” del gettito effettivo della norma, in considerazione della sua rilevanza (circa 10,5 miliardi di euro), e “al fine dell’adozione di tempestive iniziative qualora si registrassero significative variazioni rispetto al gettito atteso”. In particolare, si legge nella nota, nel corso dell’esame parlamentare del Ddl di conversione “potrebbero essere disponibili informazioni circa gli incassi, previsti per il 30 giugno 2022, della prima rata pari al 40% del gettito atteso; informazioni che andrebbero acquisite prontamente anche al fine di un riscontro circa le possibilità effettive di incasso del contributo entro il corrente anno per gli importi stimati”.

Su un secondo aspetto del provvedimento si appuntano le osservazioni critiche del Servizio bilancio, in particolare per quanto riguarda gli acquisti di gas per lo stoccaggio da parte del Gse. La norma (articolo 5-bis, originariamente nel DL Bollette poi confluito nel DL Aiuti) individua nel Gse l’acquirente di ultima istanza di gas per riempire gli stoccaggi per un controvalore fino a 4 miliardi di euro. Ora, scrivono i tecnici del Senato, l’operazione di acquisto del gas e la successiva vendita “presuppone l’assenza di effetti in termini di fabbisogno e indebitamento netto alla sola condizione che il prezzo di acquisto e di vendita del gas sia lo stesso”. Un presupposto, si legge nella nota, che “nell’attuale situazione di forte incertezza e variabilità dei prezzi del gas sembra di non facile realizzazione”. L’operazione di acquisto e vendita prefigurata dalla norma, scrivono i tecnici di Palazzo Madama, sembra che “abbia effettivamente senso in un quadro di prezzi del gas in crescita e si possa procedere alla vendita delle quote acquisite in momenti in cui il prezzo di mercato del prodotto risulta aumentato rispetto al momento dell’acquisizione. Dall’altro lato però – si legge ancora – occorre sottolineare che in caso di prezzi in discesa il Gse potrebbe avere difficoltà a vendere le quote acquisite ad un prezzo più alto rispetto al mercato e, a cascata, avrebbe difficoltà a rimborsare il prestito concesso dallo Stato, con possibili riflessi negativi anche in termini di fabbisogno e indebitamento netto”.

La norma prevede inoltre che il saldo netto sia finanziato attingendo allo stanziamento di 44 miliardi risalente al 2020 per la costituzione da parte di Cdp di un patrimonio destinato denominato “Patrimonio Rilancio”. In merito a questa copertura, si legge nella nota, “andrebbe acquisito l’avviso del Governo circa l’effettiva disponibilità delle risorse utilizzate a copertura, nonché l’assenza di pregiudizi per le finalità cui le risorse erano destinate”.

Scarica la nota